Instagram per psicologi: serve davvero? Perché io l’ho lasciato
Instagram serve davvero a uno psicologo per trovare pazienti? Ti racconto perché l’ho lasciato per il mio studio e cosa puoi fare al suo posto.
Simone, psicologo e webmaster

Indice dell’articolo
- 1. Instagram ha smesso di piacermi (e per funzionare ti chiede di snaturarti)
- 2. Su Instagram la gente non cerca uno psicologo
- 3. Le visualizzazioni di Instagram sono gonfiate
- 4. Per farsi notare oggi servono video da cinema (e costano)
- 5. Il burnout da social, di cui si parla pochissimo
- Cosa fare al posto di Instagram per trovare pazienti
- Quindi devi cancellarti da Instagram?
- Il mio consiglio, da collega a collega
- Domande frequenti
- Fonti
Sono le undici e mezza di sera. Sei sul divano, telefono in mano, e apri Instagram «solo un attimo».
Scorri: un gatto che cade da una mensola, un tizio che urla una ricetta, un balletto, un consiglio di vita in quindici secondi con la musica sotto, un altro gatto.
Quaranta minuti dopo spegni lo schermo e non ti è rimasto niente, al massimo un po’ di stanchezza e la sensazione di aver buttato via la serata.
Negli ultimi anni a me capitava sempre più spesso. Finché un giorno mi sono fatto una domanda scomoda: se questo posto non piace più nemmeno a me, perché dovrei portarci il mio studio?
Così ho lasciato Instagram per il mio studio.
Se non ci conosciamo: sono Simone, psicologo in libera professione. Dal 2019 studio come le persone scelgono uno psicologo online, e oggi lo metto alla prova ogni giorno sul mio studio.
Quando si parla di Instagram per psicologi, di solito si parla di come usarlo: quanti post a settimana, a che ora pubblicare, quali hashtag mettere. Qui ti racconto l’altra faccia: perché l’ho lasciato e perché, secondo me, tanti colleghi ci stanno mettendo tempo, soldi ed energie che potrebbero usare molto meglio. Se cancellarti o no, poi, lo decidi tu.
- Per funzionare su Instagram devi adattarti al suo linguaggio. Balletti, video velocissimi, pillole da 15 secondi: un modo di comunicare poco professionale, che ti snatura.
- Su Instagram la gente non cerca uno psicologo. Scorre per distrarsi. Chi ha bisogno di te ti cerca su Google, chiede a ChatGPT o a un amico.
- Le visualizzazioni ingannano. Instagram ne conta una appena il video parte, anche se la persona scorre via dopo un secondo.
- Per farsi notare oggi servono video quasi da cinema. Costano tanto, in soldi o in tempo, e rientrare della spesa non è scontato.
- Un post vive circa un giorno. Un articolo sul sito, o un video su YouTube che risponde a una domanda, per anni. Su Instagram devi produrre di continuo, e questo porta dritto al burnout da social.
- Cosa fare al suo posto: un sito che risponde alle domande dei tuoi pazienti, la scheda Google con le recensioni e, se ti piace, contenuti che durano nel tempo.
1. Instagram ha smesso di piacermi (e per funzionare ti chiede di snaturarti)
Parto dal motivo più personale, perché è da lì che è cominciato tutto.
Negli ultimi anni Instagram ha smesso di piacermi. È pieno di quello che io chiamo intrattenimento cheap: contenuti molto, molto frivoli, che ti intrattengono e ti distraggono ma che poi non ti lasciano niente. Ti rubano solo tempo.
Io da quello che guardo voglio portarmi a casa qualcosa: imparare una cosa nuova, scoprire un punto di vista diverso, uscirne un po’ migliore di prima. Instagram, almeno con me, ha smesso di farlo. L’intrattenimento te lo dà, certo, ma di bassissimo livello.
Un profilo Instagram per il tuo studio, se lo vuoi, ha senso. Può essere un’isola seria e curata, e se nel feed prima di te c’è un balletto e dopo la pubblicità di un integratore, poco importa.
Il problema è che, per funzionare, devi adattarti al modo di comunicare di Instagram. Per macinare visualizzazioni e nuove visite al profilo devi parlare la sua lingua, che non è per niente professionale e seria: funzionano i balletti, i video velocissimi, le pillole di psicologia da 15-20 secondi.
3 segnali che soffri d’ansia (il secondo ti sorprenderà)
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♪ audio di tendenza15 secondi per parlare d’ansia. E le sfumature?
Così, un reel alla volta, ti snaturi: tagli le sfumature, insegui i trend, riduci temi delicati a slogan. E chi ti guarda finisce per vederti come l’ennesimo creator, più che come il professionista a cui affidare la propria sofferenza.
Se un tuo futuro paziente guardasse i tuoi ultimi dieci reel, che idea si farebbe di te? Quella di un professionista a cui affidare la sua ansia, o quella di qualcuno che gli fa passare il tempo?
2. Su Instagram la gente non cerca uno psicologo
Chi apre Instagram lo fa per distrarsi. Per me è il punto più importante, e lo vedo sottovalutare di continuo.
Pensa a quando lo apri tu: per staccare dopo il lavoro, per riempire una pausa, per non pensare. Chi scorre il feed non è un paziente consapevole: magari un bisogno ce l’ha, ma in quel momento non lo sta cercando, anzi spesso sta cercando di non pensarci.
Ora pensa a chi scrive su Google «psicologo ansia» seguito dal nome del suo quartiere. O a chi chiede a ChatGPT: «Mi consigli uno psicologo per gli attacchi di panico vicino a casa mia?». Quella persona ha già deciso che le serve aiuto e sta solo cercando a chi chiederlo.
Chi ti vede su Instagram
- Sta scorrendo per distrarsi.
- Ti vede per due secondi, tra un video e l’altro.
- Va convinto che il tema lo riguarda, e poi che sei tu la persona giusta.
Chi ti cerca su Google o ChatGPT
- Sta cercando proprio uno psicologo.
- Si legge il tuo sito con calma, perché gli interessa.
- Va convinto solo che sei tu la persona giusta.
Su Instagram devi fare due fatiche: convincere chi si sta rilassando che quel tema lo riguarda, e poi convincerlo che sei la persona giusta. Su Google e su ChatGPT la prima fatica l’ha già fatta lui. A te resta solo la seconda.
Per questo, secondo me, la pubblicità di uno studio dovrebbe raggiungere le persone che stanno già cercando quello che offri, invece di inseguire chi sta guardando altro.
3. Le visualizzazioni di Instagram sono gonfiate
Su Instagram una visualizzazione si conta appena il video parte. Per questo i numeri sembrano alti anche quando quasi nessuno ti ha guardato davvero.
Pubblichi un reel e dopo un giorno ha 3.000 visualizzazioni. Lo stesso video su YouTube ne fa 150, l’articolo sul blog 80 in un mese. Viene spontaneo pensare: «Instagram funziona, il resto no».
Il trucco sta in come vengono contati quei numeri. Instagram registra una visualizzazione ogni volta che un contenuto parte o compare sullo schermo di qualcuno: lo ha spiegato nel 2024, quando le ha rese il numero principale delle sue statistiche (qui la notizia su Tubefilter). Non serve guardarlo: basta che ti passi davanti.
Quindi dentro quelle 3.000 visualizzazioni c’è anche chi ha scrollato via dopo un secondo, chi non ha nemmeno alzato il volume, chi stava cercando il gatto di prima: tutte persone che non erano interessate. Instagram però te le conta tutte, e tu ti senti un fenomeno.
Su YouTube, invece, un video lungo lo apre chi ha scelto di guardarlo.
Sul tuo sito, ogni visita è una persona che ha cliccato apposta per leggere di te.
Una storia che sento spesso
Chiara fa la psicologa da quattro anni. Un suo reel sull’ansia da prestazione fa 12.000 visualizzazioni in due giorni. Lei è al settimo cielo: «Ci siamo, adesso arrivano».
Il telefono resta muto. Nessun messaggio, nessuna richiesta di primo colloquio. In compenso arrivano undici nuovi follower, e due sono account che vendono corsi.
Chiara pensa di aver sbagliato qualcosa nel video. Invece il video era buono: solo che l’hanno visto 12.000 persone che non stavano cercando una psicologa.
Chiara è un nome di fantasia: la sua storia è un mix di quelle che mi raccontano i colleghi.
4. Per farsi notare oggi servono video da cinema (e costano)
Su Instagram oggi funzionano soprattutto video con una qualità quasi da cinema, e farli costa molto: in soldi, in tempo o in tutti e due.
Sempre più colleghi mi raccontano che su Instagram fanno fatica a trovare pazienti. Secondo me il motivo è che l’asticella si è alzata.
La soglia dell’attenzione delle persone è bassissima. Nel feed ti giochi tutto nei primi due secondi, e i contenuti che funzionano hanno ormai uno stile quasi cinematografico: luci curate, più inquadrature, montaggio veloce, sottotitoli animati, musica scelta bene.
- Luce principale
- Luce di riempimento
- Controluce
- Microfono
- Fotocamera con obiettivo
- Computer per il montaggio
Il video girato da solo, col telefono appoggiato sulla libreria, tendenzialmente non funziona più. Quello che dici può valere tantissimo, ma accanto al tuo c’è un video girato da una squadra di professionisti, e il pollice sceglie quello.
Per arrivare a quel livello o impari a fare il videomaker, e ci metti mesi, o paghi qualcuno che lo faccia per te. In tutti e due i casi spendi tanto, e non è detto che poi rientri dell’investimento.
Un social media manager freelance chiede in media dai 400 agli 800 euro al mese per ogni canale che gestisce (Money.it, 2026). Una seduta in studio privato costa in media tra 50 e 80 euro (Businessonline). Prendo 800 euro al mese: il massimo di un freelance, che per un’agenzia che ti gira anche i reel è una stima prudente. E poi c’è la pubblicità: moltissime agenzie ti dicono di sponsorizzare i contenuti, quindi aggiungo 300 euro al mese di sponsorizzate.
Facciamo due conti
Tariffe reali e pazienti stimati
- Agenzia per Instagram: 800 € al mese per 12 mesi
- 9.600 €
- Sponsorizzate: 300 € al mese per 12 mesi
- 3.600 €
- Spesa totale in un anno
- 13.200 €
- Nuovi pazienti in un anno (stima: 2 al mese)
- 24
- Quanto ti costa ogni paziente
- 550 €
Con sedute da 60 €, le prime 10 sedute di ogni nuovo paziente le lavori per l’agenzia e per Meta. E siamo prima di tasse ed ENPAP.
e le ore per girare i video? quelle non le conta nessuno
Certo, se i pazienti arrivano davvero e restano a lungo, il conto può anche tornare. Ma se invece di due al mese ne arriva uno, le sedute che servono solo a pagare le spese diventano 19 a paziente, e capisci da solo che il conto non torna. E se sei in regime forfettario, come tanti colleghi, quei 13.200 euro non li scarichi nemmeno.
Guadagnarci si può, ma i conti vanno fatti prima di firmare, non dopo sei mesi. Se stai valutando un’agenzia di social media marketing per psicologi, falle queste cinque domande.
- Quanti primi colloqui avete portato ad altri psicologi, cioè persone che hanno prenotato davvero?
- Come li misurate, mese per mese?
- Oltre al vostro compenso, quanto devo mettere ogni mese in sponsorizzate?
- Chi scrive i testi, e conosce il Codice Deontologico degli psicologi?
- Se smetto di pagarvi, cosa mi resta in mano?
5. Il burnout da social, di cui si parla pochissimo
Il burnout da social è l’esaurimento di chi deve produrre contenuti tutti i giorni per non sparire. Parlando con tanti colleghi, l’ho visto molto più spesso di quanto immagini.
Per capirlo bisogna partire da quanto poco vive un contenuto su Instagram. Scott Graffius, in una ricerca che aggiorna ogni anno, ha misurato in quanto tempo un contenuto riceve metà di tutti i like, i commenti e le condivisioni che avrà mai.
Quanto vive un contenuto
Il tempo in cui riceve metà di tutti i like, i commenti e le condivisioni che avrà mai. Sono medie di tutti i contenuti.
- Post su Instagram18 ore
- Articolo di blog2 anni
sì, quel puntino rosso è tutto Instagram
Ogni puntino vale 18 ore: quello rosso cerchiato è un post su Instagram. Un articolo di blog li riempie tutti: circa mille.
Un post su Instagram, quindi, si spegne nel giro di un giorno o due, mentre un articolo sul tuo sito resta lì e le persone continuano a trovarlo anche quando tu non stai facendo niente.
Nel nostro settore succede lo stesso con i video su YouTube: chi cerca informazioni sulla salute trova anche video pubblicati anni fa. Il 3 novembre 2026 l’ho verificato con quattro domande che fanno spesso i pazienti.
Quanti anni hanno i primi video che trovi su YouTube
Ogni pallino è uno dei primi dieci video di una ricerca, messo in base a quanto tempo fa è stato pubblicato.
«come gestire l’ansia»8 su 10 hanno almeno 2 anni
«attacchi di panico cosa fare»10 su 10 hanno almeno 2 anni
«come aumentare l’autostima»7 su 10 hanno almeno 2 anni
«dipendenza affettiva»4 su 10 hanno almeno 2 anni
anni dalla pubblicazione
29 video su 40 hanno almeno due anni, e sono ancora lì in cima
Il motivo l’aveva già notato una ricerca di HP Labs: su YouTube i video si trovano soprattutto cercando, e per questo continuano a essere visti a lungo dopo la pubblicazione (Szabo e Huberman). Uno studio di Google su milioni di video ha visto che quelli che vivono di condivisioni salgono e crollano in fretta, mentre gli altri durano di più (Broxton e colleghi).
Su Instagram, invece, per esistere devi produrre sempre: post, reel e storie, giorno dopo giorno. Devi pensarli, scriverli, girarli e montarli, e il giorno dopo ricominci da capo, perché quello di ieri è già sparito.
A un certo punto qualsiasi cosa della tua vita diventa un contenuto: il caffè della mattina, la corsa al parco, la cena con gli amici, la vacanza. Tutto passa da un filtro: «Questo lo posso pubblicare?».
E questo ti porta all’esaurimento, perché ti toglie tempo, ti toglie spazio mentale e ti toglie energia, la stessa che dovresti portare in studio ai tuoi pazienti.
In pratica smetti di essere uno psicologo e cominci a diventare un influencer di psicologia.
La domenica di Marco
Marco ha uno studio avviato e un profilo Instagram curatissimo. La domenica, invece di riposare, gira i reel della settimana: luce, cavalletto, tre prove per ogni frase. Il lunedì li monta tra un paziente e l’altro.
Una sera, durante una seduta, si accorge che una parte della sua testa è altrove: sta pensando al reel da finire di montare. Si ferma: non gli era mai successo. È lì che capisce che Instagram gli è entrato anche in seduta.
Anche Marco è un nome di fantasia, ma i segnali sono quelli che ho visto parlando con tanti colleghi.
Nel 2025 la rivista scientifica Psychology and Psychotherapy ha pubblicato uno studio in cui dodici psicologi britannici, seguiti su Instagram, raccontano la loro esperienza. Molti descrivono la pubblicazione come un secondo lavoro, che li lascia svuotati e con l’ansia di sbagliare. Uno di loro l’ha riassunto così: il suo lavoro è fare terapia, non marketing (qui trovi una sintesi dello studio).
Lo stesso vale per chi crea contenuti di mestiere. In un’indagine del 2025 su 542 creator nordamericani, il 62% ha detto di vivere il burnout e il 58% che la propria autostima cala quando un contenuto va peggio del previsto (Creators 4 Mental Health, ripresa da Tubefilter). Vuol dire avere l’autostima appesa ai numeri di un reel, proprio quei numeri gonfiati di cui parlavamo prima.
Ti riconosci? Spunta le frasi vere per te
ehi, fermati un attimo. Se ti ritrovi in due o più frasi, prendilo come un campanello e ascoltalo.
Cosa fare al posto di Instagram per trovare pazienti
Al posto di Instagram conviene mettere tempo e soldi in canali che restano nel tempo e che arrivano a chi sta già cercando uno psicologo: il sito, la scheda Google con le recensioni, i contenuti che si trovano cercando e ChatGPT.
Io il mio tempo lo metto in cose che restano.
| Domanda | YouTube | Il tuo sito | |
|---|---|---|---|
| Chi ti trova | Chi scorre per distrarsi | Chi cerca un argomento | Chi cerca uno psicologo |
| Per quanto ti trovano | Un giorno o due | Anni, se il video risponde a una domanda | Anni |
| Quanto spesso devi pubblicare | Tutti i giorni | Quando hai qualcosa da dire | Una volta, poi lo aggiorni |
| Di chi è | Di Meta | Di Google | Tuo |
Ho chiesto a ChatGPT uno psicologo per le dipendenze digitali nella mia città, e il primo che mi ha consigliato è il mio studio. Instagram non c’entra: ChatGPT va a leggere i siti.
Se vuoi provarci anche tu, ti ho spiegato cosa scrivere sul sito perché ChatGPT ti consigli e cosa cercano i pazienti quando aprono il sito di uno psicologo.
Evita
- Aprire Instagram «perché ce l’hanno tutti».
- Misurare il tuo lavoro in follower e visualizzazioni.
- Pagare un’agenzia senza sapere quanti primi colloqui ti porta.
- Trasformare ogni momento della tua vita in un contenuto.
Fai così
- Chiediti dove cercano aiuto i tuoi pazienti, e fatti trovare lì.
- Conta i contatti veri: messaggi, telefonate, primi colloqui.
- Metti tempo e soldi in cose che restano: sito, scheda Google, articoli.
- Tieni del tempo lontano dagli schermi. Lo consiglieresti a un paziente, no?
Quindi devi cancellarti da Instagram?
Non per forza. Se ti piace, se ti diverte, se ti serve per restare in contatto con i colleghi o per fare divulgazione, tienilo. Lo stesso studio britannico racconta che, per tanti psicologi che lavorano da soli, Instagram è anche una rete di sostegno tra colleghi.
Quello che ti sconsiglio è farne le fondamenta del tuo studio, cioè affidare i tuoi pazienti, il tuo tempo e il tuo umore a una piattaforma che non è tua, che ti chiede di produrre tutti i giorni e che conta come «visto» anche chi ti ha scrollato via in un secondo.
lo so, detto da uno che fa video su YouTube fa sorridere. Ma un video che risponde a una domanda lo trovano anche anni dopo
Il mio consiglio, da collega a collega
Se vuoi fare a meno di Instagram anche tu, il primo passo è capire chi è il tuo paziente tipo e dove ti cerca. È da lì che parto quando lavoro con un collega: prima analizziamo insieme il tuo paziente tipo e il tuo posizionamento, e te li consegno per iscritto. Poi costruisco il sito su quella base, pronto per Google e per ChatGPT.
Se ti va, scrivimi e ne parliamo. Se invece vuoi solo ragionare su come farti conoscere senza Instagram, c’è anche un’ora di mentorship 1:1.
Alla prossima,
Simone
Domande frequenti
Uno psicologo deve per forza essere su Instagram?
No. Instagram non è obbligatorio, e chi ha bisogno di uno psicologo di solito non lo cerca lì: lo cerca su Google, chiede a ChatGPT o a un conoscente, e poi va a guardare il sito. Puoi farti conoscere puntando su un sito chiaro, sulla scheda Google con le recensioni e su contenuti che durano nel tempo, come articoli e video su YouTube.
Instagram funziona per trovare pazienti?
Può portare qualche contatto, ma ha tre limiti. Chi scorre il feed cerca una distrazione. Le visualizzazioni contano anche chi ha scrollato via dopo un secondo. E per farsi notare servono video molto curati, che costano tempo o soldi. Prima di investirci, conta i primi colloqui che ti porta, non i follower.
Quanto dura un post su Instagram?
Molto poco. Secondo la ricerca di Scott Graffius aggiornata a gennaio 2026, un post su Instagram riceve metà di tutte le sue interazioni in circa 18 ore, un articolo di blog in circa 2 anni. Anche i video di psicologia su YouTube si trovano per anni: cercando «attacchi di panico cosa fare», a novembre 2026 i primi dieci risultati avevano tutti almeno 2 anni. Per questo su Instagram, per restare visibile, devi pubblicare di continuo.
Cos’è il burnout da social?
È l’esaurimento di chi deve produrre contenuti senza sosta per non sparire: meno tempo, meno spazio mentale, meno energia e un umore che dipende dai numeri. In un’indagine del 2025 su 542 creator nordamericani, il 62% ha detto di viverlo. Tra gli psicologi, uno studio britannico del 2025 descrive la pubblicazione su Instagram come un secondo lavoro.
Conviene pagare un’agenzia per gestire Instagram?
Dipende dai numeri, e vanno fatti prima di firmare. Un social media manager freelance chiede in media 400-800 € al mese per ogni canale, e molte agenzie ti chiedono anche un budget per le sponsorizzate. Con 800 € di agenzia e 300 € di sponsorizzate al mese spendi 13.200 € l’anno: se arrivano 2 nuovi pazienti al mese, ognuno ti costa 550 €, cioè le sue prime 10 sedute da 60 €, prima di tasse ed ENPAP.
Cosa posso fare al posto di Instagram per trovare pazienti?
Metti tempo e soldi in canali che restano e che raggiungono chi sta già cercando aiuto: un sito che spiega di cosa ti occupi, chi sei, dove ricevi e come contattarti; la scheda Google con le recensioni; articoli o video su YouTube, se ti piace farli; e un sito che ChatGPT riesca a leggere, perché sempre più persone chiedono a lui uno psicologo.
Fonti
- Between Likes and Limits: Psychologists on InstagramSaul McLeod, Simply Psychology, 19 settembre 2025Sintesi dello studio di Ella White e Terry Hanley su 12 psicologi britannici attivi su Instagram, pubblicato nel 2025 su Psychology and Psychotherapy: Theory, Research and Practice (DOI 10.1111/papt.12585).
- In sweeping study, 89% of creators claim to lack access to specialized mental health resourcesTubefilter, 12 novembre 2025Indagine di Creators 4 Mental Health su 542 creator nordamericani: il 62% vive il burnout, il 58% sente calare l’autostima quando un contenuto va male.
- Lifespan (Half-Life) of Social Media Posts: Update for 2026Scott M. Graffius, 23 gennaio 2026In quanto tempo un contenuto riceve metà delle sue interazioni, in media: Instagram 18,27 ore, blog 2,03 anni. Oltre 5,6 milioni di contenuti analizzati.
- Predicting the popularity of online contentGabor Szabo e Bernardo A. Huberman, HP Labs, 2008Le notizie di Digg invecchiano in fretta, mentre i video di YouTube si trovano soprattutto cercando e continuano a essere visti a lungo dopo la pubblicazione. Pubblicato poi su Communications of the ACM (2010).
- Catching a viral videoTom Broxton, Yannet Interian, Jon Vaver e Mirjam Wattenhofer, Google, Journal of Intelligent Information Systems, 2011Su milioni di video YouTube, quelli che vivono di condivisioni salgono e scendono dal picco molto più in fretta degli altri (DOI 10.1007/s10844-011-0191-2).
- Views, views, views: Instagram standardizes its metrics to promote a multiformat approachSam Gutelle, Tubefilter, 7 agosto 2024Come Instagram conta le visualizzazioni: una ogni volta che un contenuto parte o compare sullo schermo.
- Quanto guadagna un social media manager (e per cosa viene pagato)Money.it, aggiornato al 2 novembre 2026Tariffe di un social media manager freelance in Italia: dai 400 agli 800 euro al mese per ogni canale gestito.
- Quanto costa andare dallo psicologo in studio: prezzi e tariffe medieMarianna Quatraro, Businessonline, 10 settembre 2024Una seduta in studio privato costa in media tra 50 e 80 euro.